domenica 23 ottobre 2016

vana alacrità

È una poesia in cui è, ancora una volta, protagonista la Natura matrigna. Il malcapitato di turno è un semplice contadino che cerca, con il suo estenuante lavoro, di procacciarsi il cibo quotidiano. Tutta la sua fatica viene resa vana dalla potenza devastatrice della Natura che distrugge interamente il raccolto.

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Con gran fatica, arando i campi magri,
spingeva i lenti buoi il buòn villano, 
per  procacciàr alla famiglia sua 
quel poco che dal seme ricavava. 
        E nell’inverno nacque il verde grano
        che poi, alto divenne in primavera 
        fino a imbiondìr durante il giugno estivo 
        ma, quando il tempo giunse  del raccolto, 
s’alzò un gran vento che lo rese vano, 
e ancora poi una grandine funesta
distrusse tutta la fatica sua: 
sì tanto aiuti, o Cielo, i figli tuoi?  

Metrica: Tre quartine in endecasillabi sciolti e enjambement.
Titolo: Dà il tema di fondo.
v.1-4: La prima strofa ha come protagonista il buòn villano. Spesso compare questa figura eroica nelle liriche di Palazzini, perché ben rappresenta il lavoratore instancabile che lotta incessantemente con gran fatica, per la sopravvivenza quotidiana. Qui il contadino è visto nel suo lavoro abituale con gli immancabili buoi che, allegoricamente, rappresentano la pazienza. Lenti si riferisce al loro modo di procedere. Arando (gerundio) protrae l’azione nel tempo. Buòn è riferito alla positività del personaggio. Il contrasto tra la mole di lavoro prodotto e il ricavato, è dato dall’ossimoro creato tra le due espressioni gran fatica e quel poco.
v.5-8: In questi versi è protagonista il grano di cui viene seguito sinteticamente il percorso durante le stagioni e segna il passaggio all’ultima parte della poesia. La quartina è interamente costruita sul senso della vista dato dai due colori verde e imbiondìr. Il tempo del raccolto simboleggia la fine delle fatiche dell’agricolicoltore, ancora ignaro della sorte che l’attende.
  v.9-12: Diventano protagonisti della quartina gli elementi atmosferici con i quali la Natura si accanisce contro il contadino: il vento e la grandine. L’aggettivazione negativa gran e funesta ingigantisce la gravità della calamità naturale. La lirica termina con il consueto sfogo del poeta che, con ironia e pessimismo, inveisce contro il Cielo.

Esaminiamo Vana Alacrità. Si tratta di una lirica strutturata in quartine, con versi endecasillabi, alcune rime ed assonanze. In dicando con _/  le vocali toniche e con v quelle atoniche, grafica- mente si può rappresentare come segue:

v _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v           Con gràn fatìca aràndo i càm-  
                                                          pi màgri 
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          spingèva i  lènti  buòi  il  buòn                  
                                                          villàno
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/ v           per  pròcacciàr   allà   famìglia
                                                          sùa
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          quel  pòco chè  dal sème  ricà-   
                                                          vàva
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          E nèll’invèrno nàcque il vèrde
                                                          gràno
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          che pòi altò divènne in prìma-
                                                          vèra
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          fin’  à  imbiòndìr   durànte   il     
                                                          giùgno estìvo 
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          ma  quàndo  il  tèmpo  giùnse     
                                                          dèl  raccòlto
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          s’alzò  un   gràn  vento chè  lo
                                                          rèse vàno
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          e ancòra pòi  una gràndinè fu-
                                                          nèsta 
v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v          distrùsse  tùtta   là  fatìca sùa:   v _/  v  _/  v  _/  v  _/  v  _/  v           si tànto  aiùti   o   Cièlo i  fìgli
                                                          tuòi?

Come si vede dalla grafica, il verso è scandito dall’alternanza delle vocali brevi e lunghe, ossia atoniche e toniche, con l’ictus che cade sulla seconda sillaba di ogni piede, creando un ritmo ascendente e discendente. Tutto ciò, unito alla lunghezza del verso, determina nella poesia una grande armonia e musicalità. Le cesure all’interno dei singoli versi, segnano delle pause che evidenziano ancora di più il ritmo e la musicalità, dati anche dalle poche rime. Dal punto di vista metrico ci sono varie crasi: al v.1 la o atonica di arando si elide a favore della i atonica successiva (aràndi). Al v.2 la a atonica di spingeva si elide a favore della i successiva (spingèvi). Al v.5 la o atonica di nello si elide a favore della i atonica di inverno (nèllinvèrno). La e atonica di nacque si elide a favore della i atonica di il (nàcquil). Al v.7 la o atonica di fino si elide a favore della a tonica successiva (finà). La e atonica di durante si elide a favore della i atonica di il (duràntil). Al v. 8 la o atonica di quando si elide a favore della i atonica di il (quàndil). Al verso 9 la u atonica di un si elide a favore della o tonica di alzò (alzòn). Al v.10 la u atonica di  una si  elide a favore della i atonica di poi ( pòin).


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