È una delle varie poesie che
affrontano il tema del rapporto tra l’uomo, perennemente dedito al peccato, e
la Divinità che cerca con ogni mezzo di ricondurlo alla ragione.
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Per troppo tempo
avean peccato
le città lascive,
perciò
la
man del Dio
che
non perdona,
furente
s’abbattè su quella gente
che nel suo viver
non avea ritegno.
Col
ferro e il fuoco
l’ira
divina
giunse
a compimento.
Delle città
non si salvò che il nome,
chè fosse all’uòm
di monito perenne.
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Metrica:
Cinque strofe di tre e quattro versi a schema libero con enjambement.
Titolo:
Sono le città bibliche incenerite dall’ira divina.
v.1-10: Sono protagoniste della poesia due città
tristemente note per la loro totale dedizione alla sensualità e alla
licenziosità più sfrenate lascive. Il protrarsi nel tempo dei
loro peccati per troppo tempo, induce Dio ad intervenire
per porre fine a quello scempio. Il Dio a cui si fa riferimento è
naturalmente quello dell’Antico Testamento, che non ammette deviazioni dalla
sua legge che non perdona e che punisce inesorabilmente i
peccatori. La reazione divina è estremamente terribile e violenta, sottolineata
da connotazioni molto forti non
perdona, furente, s’abbattè, ma pienamente giustificata dal
comportamento umano che travalica tutte le regole della moralità non avea
ritegno.
v.11-17: Gli strumenti della punizione sono il ferro
e il fuoco con cui le due città sono totalmente rase al suolo in
modo che non siano più luoghi di perdizione. La loro distruzione ha comunque
una finalità ben precisa: deve servire da monito all’intera umanità
affinchè, solo ricordando i loro nomi, sia spinta a liberarsi dal peccato.
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