È una poesia che pone l’uomo di
fronte al mistero e alla grandiosità del creato. Come sottolinea il titolo che
dà il tema di fondo, non è difficile smarrirvisi assistendo alle tante
manifestazioni che la natura ci offre. Anche in questa lirica non ci sono riferimenti spazio-temporali e la descrizione si basa su poche macchie di colore.
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Solo si udiva
il respiro del vento
e un tremòr
lento di foglie.
Bianco, un casolare
a stento appariva
nella grigia caligine,
e strani gridi
di stormi lontani
si perdevan nell’aria
che si confondeva
con la terra fumante:
nell’immensità mi persi
di quel mare vano!
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Metrica: Due strofe di sette
versi a schema libero e enjambement.
v.1-7: In questa prima strofa la natura
è schematicamente rappresentata dal vento
e dalle foglie. Il respiro del vento dà l’idea di un creato antropomorfizzato che
vive come tutti gli esseri di questa terra,
ma con una certa fatica, come si intuisce dal tremòr / lento delle foglie.
L’umore che domina la poesia è moderatamente
pessimistico.
L’unica nota positiva è data dal bianco
del casolare subito smorzata, però,
dall’espressione avverbiale a stento
e dalla grigia caligine (metafora per
nebbia).
v.8-14: Anche il cielo mostra qualcosa
di inconsueto con gli uccelli che non emettono gridi normali, ma strani
e si intravedono soltanto poichè sono lontani.
Sembra addirittura che si confondano con il cielo o abbiano perso il senso
dell’orientamento si perdevan nell’aria. Anche la terra e il
poeta subiscono lo stesso effetto: la terra
si confonde con l’aria, il poeta si
perde in quel mare vano (metafora per nebbia). Fumante dà l’dea di un affaticamento. Il mare è la sintesi di cielo e terra
che hanno perso, unendosi, la loro consistenza, perciò è definito vano. Negli ultimi versi il poeta si
identifica con l’umanità, alle prese con i dubbi e le incertezze della vita
quotidiana, simboleggiati dalla grigia
caligine e dal mare vano, che la rendono confusa e
smarrita mi persi.
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