È una delle rare poesie che si
aprono ad una timida speranza. Si tratta di un’ allegoria del cammino che
l’uomo, per sua natura malvagio, intraprende verso la via, che forse, lo può
condurre finalmente al bene.
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Sempre
ripida,
ardua,
insidiosa.
D’estate
solo
polvere,
d’inverno
quasi
un fiume,
ma
è l’unica
per salìr
fino al castello.
Là
forse,
potrai
vedèr
la
luce.
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Metrica:
Quattro quartine con versi a schema libero e enjambement.
Titolo:
È il soggetto della poesia di cui è parte integrante.
v.1-8:
Le due strofe sono ellittiche: è sottinteso il verbo è.
Questi versi sono emblematici del processo
catartico, allegoricamente rappresentato dalla strada, che l’uomo deve
percorrere per giungere al bene. Si tratta di un cammino molto lungo e complesso sottolineato da una terminologia che ne evidenzia i pericoli ripida,
ardua, insidiosa, polvere, fiume, che ostacolano il
raggiungimento della meta. L’avverbio sempre serve a rimarcare la
difficoltà dell’impresa nel tempo che è simbolicamente rappre- sentato dall’estate
e dall’inverno.
v.9-16:
L’unica strada per giungere al bene, rappresentato dal castello
e dalla luce, è quella della volontà e della costanza. Il verbo salìr,
che indica un movimento dal basso verso l’alto, rimarca la fatica che l’uomo
deve compiere per redimersi. Nelle poesie di Palazzini non c’è comunque mai
nulla di certo: non è facile per la natura umana liberarsi della sua condizione
di malvagità, e la lirica si chiude con il dubbio che ciò possa realmente
avvenire, espresso con un velo di pessimismo, dall’avverbio forse.
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