giovedì 27 ottobre 2016

commiato

È una delle rare poesie in cui l’autore parla di sè. Qui viene immaginata la sua futura morte con le frasi di circostanza che, di solito, si dicono in  queste occasioni e le varie formalità che fanno
da corollario ad un funerale.

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Mal sofferirei l’ipocrisia
d’una voce che dice:
- Come stai?-
ben sapendo qual’è
la sorte mia,
nè sofferirei dei volti mesti,
            e fiori, e piante,
            e vani manifesti,
            perchè lasciàr la scena
            è cosa seria,
            sia che avvenga
            di mane oppùr di sera,
perciò,
deciso ho
d’uscìr di vita,
con una frase
da me stesso ordita:
MORS ME VIVUM INVENIAT.

Metrica: Tre sestine con alcune rime, assonanze e enjambement.
Titolo: Dà il tema di fondo.
v.1-8: L’autore non mostra insofferenza verso la morte, ma verso quelle persone che, ben conoscendo le sue condizioni, fanno le solite domande di rito, dimostrando la loro ipocrisia. Il poeta è invece lucidamente consapevole di ciò che lo attende, ma si ribella all’idea di far della morte un atto pubblico, con i fiori, le piante e  i manifesti che non servono sicuramente più al morto e quindi sono vani.
v.9-18: La morte è  un fatto privato e  non ha bisogno di formalità,
è una cosa maledettamente seria in qualunque momento essa avvenga. A ciò alludono mane e sera. Nell’ultima strofa ogni verso cresce per numero di sillabe rispetto al precedente. È quasi un disperato anelito del poeta di sfuggire al suo destino, come se, aumentando il numero della sillabe dei versi della poesia, si potesse prolungare il tempo della vita. La lirica termina con una frase    in latino che permette all’autore  di ironizzare anche sul suo destino: che almeno la morte mi trovi vivo.


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