È una delle rare poesie in cui l’autore
parla di sè. Qui viene immaginata la sua futura morte con le frasi di
circostanza che, di solito, si dicono in
queste occasioni e le varie formalità che fanno
da
corollario ad un funerale.
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Mal sofferirei
l’ipocrisia
d’una voce che dice:
- Come stai?-
ben sapendo qual’è
la sorte mia,
nè sofferirei dei volti
mesti,
e fiori, e piante,
e vani manifesti,
perchè lasciàr la scena
è cosa seria,
sia che avvenga
di mane oppùr di sera,
perciò,
deciso ho
d’uscìr di vita,
con una frase
da me stesso ordita:
MORS ME VIVUM INVENIAT.
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Metrica: Tre sestine con alcune
rime, assonanze e enjambement.
Titolo: Dà il tema di fondo.
v.1-8: L’autore non mostra
insofferenza verso la morte, ma verso quelle persone che, ben conoscendo le sue
condizioni, fanno le solite domande di rito, dimostrando la loro ipocrisia. Il
poeta è invece lucidamente consapevole di ciò che lo attende, ma si ribella
all’idea di far della morte un atto pubblico, con i fiori, le piante e i manifesti
che non servono sicuramente più al morto e quindi sono vani.
v.9-18:
La morte è un fatto privato e non ha bisogno di formalità,
è una
cosa maledettamente seria in qualunque momento essa avvenga. A ciò alludono mane
e sera. Nell’ultima strofa ogni verso
cresce per numero di sillabe rispetto al precedente. È quasi un disperato
anelito del poeta di sfuggire al suo destino, come se, aumentando il numero
della sillabe dei versi della poesia, si potesse prolungare il tempo della vita. La lirica termina con una frase in latino che permette all’autore di ironizzare anche sul suo destino: che
almeno la morte mi trovi vivo.
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