La poesia esprime la concezione
della Divinità che è tipica della ‛filosofia’ del poeta. Il titolo, già
emblematico, ci fa pensare ad un essere evanescente e costituisce anche il tema
di fondo della lirica.
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Nel mondo
iperuranico
sta un Nume
che poco s’interessa,
o forse niente,
di quanto accade
giù,
tra i figli suoi.
In questa terra
i più son condannati
ad una vita grama
e dura assai,
a sopportare stenti
e patìr guai !
In Alto
guarda spesso
il pover’ uomo,
sperando di vedere
un po’ di luce,
ma è sempre buio
pesto.
...E il Nume ?
….Tace !
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Metrica: Tre strofe con versi
liberi e enjambement.
v.1: Iperuranico è un aggettivo di origine greca, formato dal prefisso ipèr (al di là) e uranòs (cielo)
e indica il luogo in cui risiede la Divinità. È un posto che quindi si trova
lontano dal mondo degli uomini, e dunque, il Dio a cui si fa riferimento, non
ha la caratteristica dell’immanenza, ma è una Entità atarassica.
v.2: Sta un Nume: il verbo sottolinea la staticità e l’immobilità che
caratterizzano il Nume, una Divinità
che non si cura delle sorti del mondo.
v.3-4: Questi versi esprimono una
pessimistica ironia appena smorzata dall’avverbio forse, che lascerebbe intravvedere una piccola luce di speranza,
che però è fortemente contraddetta dai due avverbi carichi di negatività poco e niente.
v.5: Giù: l’avverbio indica basso, quindi si contrappone in modo
evidente al mondo iperuranico del v.1 e sta ad indicare
due mondi antitetici e difficilmente interrelazionanti. Anche il verbo accade fa pensare a qualcheccosa non di
organico e razionale, ma di puramente casuale e meccanico.
v.6-7: Il v.6 è fortemente
ironico, perchè solitamente i padri s’impegnano e anche molto per il benessere
dei loro figli, ma quelli di questa terra non sembrano essere
generati dal Nume. L’aggettivo
dimostrativo questa indica un luogo
vicino che si contrappone, nella sua lontananza, al mondo iperuranico del v.1.
v.8: Anche questo, come i versi
che seguono, è fortemente carico di pessimismo. I più indica, purtroppo, la stragrande maggioranza del genere
umano e condannati sottolinea la
pessima qualità della vita a cui è sottoposto l’uomo, quasi costretto a languire
in una prigione da cui è impossibile evadere.
v.9-12: Questi versi indicano la
triste condizione in cui l’umanità deve vivere, sottolineata da aggettivi,
sostantivi e verbi fortemente negativi: vita
grama, dura assai, stenti, guai,
sopportare, patìr.
v.13-14: Il guardare in Alto indica la bassa condizione dell’uomo
che cerca disperatamente un aiuto alle sue tribolazioni quotidiane.
v.15: Pover’ sottolinea, in tono fortemente pessimistico, questa
condizione che consiste nella mancanza di affetto e di aiuto
da parte
del Padre.
v.16-17: Il verbo sperando è un gerundio. Questo modo indica
un’azione che si protrae nel tempo, quindi l’uomo, anche se consapevole della
propria sorte, non cessa comunque mai di sperare. La luce rappresenta simbolicamente la finalità della speran- za, ma in
realtà è solo un’illusione.
v.18: Questo verso, infatti,
toglie definitivamente ogni speranza. L’avversativa ma
e l’avverbio sempre non lasciano purtroppo
aperta nessuna strada e il concetto è ribadito in modo perentorio dal buio pesto.
v.19-20: Rappresentano
l’inevitabile conclusione della poesia con il Nume imperterrito che tace
e si ricollegano logicamente al titolo, chiudendo inesorabilmente il cerchio.
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